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28 PROBLEMI DI IERI, PROBLEMI DI SEMPRE di Mauro Piffero

Il fatto che mi accingo a raccontare è accaduto molti anni fa, esattamente il 24 agosto 1967.

A quell’epoca nei nostri paesi non si conosceva la droga: se ne leggeva solo sui quotidiani o ne parlava la televisione, ma sembrava che quella piaga non dovesse mai toccarci.

In vallata, le occasioni di divertimento erano quasi nulle. Unico svago domenicale i pomeriggi e le serate danzanti al “Moderno” di Gattorna, dove, più che per ballare, si andava soprattutto per stare tra amici ed ascoltare la musica del complesso I Notturni di cui era leader un giovane Giuliano Vignolo, oggi affermato giornalista e personaggio televisivo locale.

Ci conoscevamo tutti, compresi quelli, come ad esempio Domenico Agostinese, “Tonino”, venuti da fuori per lavorare, inseritisi rapidamente ed altrettanto rapidamente divenuti amici con cui stare in compagnia.

Tonino, in particolare, era arrivato alcuni anni prima da Boscoreale (NA): stabilitosi a Cicagna, aveva conosciuto e sposato una ragazza del posto, e dall’unione era nata una bimba. Lui lavorava nella fabbrica dei fratelli Leverone, ove si producevano fuochi artificiali.

Il 24 era una torrida giornata d’agosto (le stagioni erano ancora regolari): alle 4 del pomeriggio, mentre mi accingevo a cambiare due gomme ad una Fiat 600, vedo arrivare di corsa Marietto il calzolaio, Direttore dei servizi della Croce Rossa di Gattorna, che, ansimante, senza riprendere fiato, mi dice: “Presto, hanno telefonato da Ceriallo: è scoppiata la fabbrica dei fuochi e ci sono dei feriti molto gravi”. Lasciai perdere quello che stavo facendo e con i primi due volontari che potei trovare avviai l’ambulanza, la Fiat 1100T, e partimmo a tutta velocità, a sirena spiegata, verso il luogo dell’incidente.

Capii di essere arrivato quando vidi numerose persone raccolte davanti ad una casa scoperchiata, dalla quale usciva un denso fumo nero. Sceso dall’ambulanza, mi trovai di fronte a quello che sembrava un grosso fagotto carbonizzato nel quale risaltava il colore degli occhi, bianchissimi rispetto al resto. Non lo riconobbi subito, e solo quando mi chiamò per nome chiedendomi di aiutarlo, capii che era Tonino.

Qualcuno dei presenti ci mise al corrente della probabile dinamica dell’incidente e del fatto che il padre di Tonino, Giuseppe, anch’egli ferito ma in modo meno grave, era già stato caricato su un’auto ed avviato all’ospedale di Chiavari; Tonino invece, colpito a quanto sembrava soprattutto al basso ventre, presentava traumi gravissimi alle gambe, ad un braccio e bruciature in tutto il corpo.

Le ambulanze a quel tempo non disponevano di molta attrezzatura: noi avevamo solo la barella ed una bombola di ossigeno: l’unica cosa che potevamo fare era di partire e cercare di arrivare al più presto a Chiavari. Lo caricammo, quindi, e dopo una ventina di minuti, che mi parvero un’eternità, arrivammo all’ospedale.

Quei venti minuti di viaggio furono una cosa atroce, perché Tonino, benché fossi alla guida, continuava a chiamarmi per nome chiedendomi di fare presto perché non resisteva più.

Al P.S. di Chiavari trovammo personale sanitario già ad attenderci, avvisato del nostro arrivo, che rapidamente ci aiutò a sistemare la barella in una saletta facendoci quindi attendere fuori mentre venivano prestate le prime cure.

Dopo un certo tempo, non ricordo quanto, dalla saletta uscì un dottore che mi spiegò come, causa l’estrema gravità del ferito, non potessero fare nulla e come fosse necessario trasferire il paziente al San Martino di Genova: Ricaricammo pertanto Tonino sull’ambulanza e ci dirigemmo verso Genova percorrendo l’Aurelia (non esisteva ancora l’autostrada, ndr.).

Evito di narrare il proseguimento di quel viaggio che sembrava non dovesse mai finire: purtroppo la vita di Tonino si spense poche decine di metri prima di arrivare al P.S. di S. Martino, nonostante tutti i nostri sforzi.

Oggi, a trentaquattro anni di distanza, ancora mi chiedo: sarebbe possibile, in analoghe circostanze, salvare la vita di una persona? Probabilmente no, perché chi è colpito da una esplosione del genere subisce traumi irreparabili, ma, certamente, soffrirebbe meno, perché le ambulanze attuali possiedono una maggiore attrezzatura ed i volontari sono più tecnicamente preparati per utilizzarla sotto la guida del 118.

Tuttavia, il tempo necessario a raggiungere il Pronto Soccorso più vicino è rimasto praticamente quello di trentaquattro anni fa e solo una presenza medica più vicina alla gente della vallata potrebbe assicurare in molti casi un netto incremento delle possibilità di salvezza di un paziente.

Proprio perché convinti di questo, i Comitati Locali C.R.I. di Gattorna e Cicagna si sono da tempo dotati di una vettura attrezzata ad Automedica e hanno addestrato volontari per la sua gestione, fidando nella realizzazione di una promessa, l’istituzione appunto del servizio dislocato in Val Fontanabuona in aggiunta a quello attivo presso il P.S. di Lavagna. Ma tutto ciò è rimasto appunto una promessa, irrealizzata perché manca la volontà da parte della ASL-4. Noi comunque abbiamo fatto la nostra parte.

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