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31 LA MIA CROCE di Sandro Schenone

Io mi sono iscritto in Croce Rossa a 16 anni. Due mesi prima, a Borzonasca, ero caduto di bicicletta e avevo dato una testata “al volo” in una ringhiera stradale di ferro; mi soccorse la locale Croce Verde. Trauma cranico con commozione cerebrale: potevo tranquillamente lasciarci la pelle, se non fosse che, come noto, avevo e ho la testa dura. Ma non mi sono iscritto per questo motivo: la verità è molto più prosaica.

Iniziavo allora a praticare il nobile sport delle boccette all’italiana, ma in questo incontravo due ostacoli: il prezzo del biliardo (insostenibile per le mie tasche di adolescente) e la scarsità di… “strutture”. Un mio vecchio compagno di giochi mi suggerisce: “Iscriviti in Croce Rossa: c’è il biliardo, giochi quanto ti pare, gratis…” “Chi è il Presidente? (allora Commissario, nda)” “Mauro Piffero, il papà della Serena” “Lo conosco, ci vado”.

Il giorno 14 gennaio 1994 mi presento in casa di Mauro, che sta cenando, e gli dico semplicemente “Mi voglio iscrivere in Croce Rossa”. Un’iscrizione così, non credo che gli sia mai capitata, né prima né dopo! Lui mi prende due dati, e mi dice di passare in Croce l’indomani con due fotografie.

Il 15 gennaio 1994 divento socio ordinario della Croce Rossa Italiana: verso le 15.000 lire di quota e ricevo il tesserino e un maglione di servizio. In breve mi resi conto che la faccenda era seria… Nota bene: io avevo 16 anni e mi pesava un po’ essere l’unico iscritto tra i 14 e i 21 anni, a parte la Serena. Per stare in Croce, dal mio punto di vista, bisognava proprio averne voglia, perché ai tempi – a parte la mancanza di gioventù – l’atmosfera in sede era molto meno allegra di adesso, e non invogliava a trascorrervi ore ed ore. Oggi va molto meglio… ma ne parlerò dopo.

Come primo servizio ho ricoverato… l’ex Presidente, Diego Gattorna. Premetto anzitutto che, allora come adesso, ai minorenni era precluso il servizio d’ambulanza; però, siccome si era parecchio a corto di personale, si chiudeva un occhio, contando sul fatto che nessun esterno si sarebbe mai formalizzato a contestare nulla. Comunque, una delle mie prime serate in Croce c’è riunione e suona il telefono: c’è da portare uno al San Martino, senza particolare urgenza. Chi va? Va il pivello (io), perché il servizio è semplice e la riunione delicata. Poi era Diego… Ricordo in particolare che guidava il compianto Egidio Boasi, che tra l’altro era il più anziano socio in attività, classe ’29. Guarda un po’ a volte le combinazioni!

Degli inizi ricordo in particolare il servizio dialisi. C’era una signora che abitava alla Serra, in cima a Moconesi, e doveva fare la dialisi tre volte la settimana all’ospedale di Lavagna, col primo turno; quindi doveva essere in reparto entro le 6 e 45. Noi, dopo perfezionamenti alla Fantozzi, eravamo arrivati a partire alle 5 e 45: in un’ora andavamo a Serra, facevamo manovra (con un Ducato, chi è pratico dei luoghi valuterà da sé…), prelevavamo la signora con la barella a cucchiaio dal letto – perché pesava 70 chili, era immobilizzata, c’era stretto in casa ed una rampa di scale all’esterno – e infine, puntuali come le tasse, alle 6 e 45 eravamo in reparto, o almeno nel montalettighe, notoriamente il più lento del Tigullio.

Io, siccome alle 7 eravamo liberi, mi facevo lasciare a Chiavari, davanti al liceo dove studiavo; i bidelli mi facevano entrare per compassione, io mi stendevo su una panca e pisolavo fino al suono della campanella (spesso ero già circondato da un rumoroso crocchio di miei compagni, stupiti dal mio imperturbabile sonno: non potevano immaginare!).

A regime, facevo questo servizio due volte a settimana; dopo un mesetto dormivo in ambulanza da Moconesi a Lavagna, talvolta persino andando a caricare. Qualche volta non gliela facevo proprio, e finito il servizio me ne tornavo su e mi infilavo a dormire in Croce. Un giorno mia madre mi scoprì, e da allora al mattino iniziò a fare dei controlli a sorpresa per accertare che non mi fossi imboscato. La dializzata mancò a febbraio del 1995, i controlli materni invece proseguirono per anni.

Se invece dormivo in Croce, mia madre mi chiamava sul telefono pubblico alle 6 e 50 (per la gioia dei colleghi) perché dovevo prendere la corriera, e facilmente rimanevo addormentato. Se però c’era da fare un servizio (come la dialisi), stavo su come un grillo: volere è potere.

A proposito di dormire in Croce: la sera stessa in cui mi iscrissi, feci il turno di notte, con Franco Montaldo. Ma era di sabato; poi però pernottai fuori casa anche domenica, lunedì e martedì (sempre perché eravamo contati), con mia mamma giustamente… perplessa. Al mattino mi alzavo e prendevo la corriera, con la procedura di cui sopra; questo per una decina di notti al mese, ritmo che più o meno tengo ancora oggi.

I miei ricordi più vivi, gli eventi più clamorosi, riguardano proprio quei primi anni avventurosi: oggi sono più navigato, e mi stupisco raramente.

Un’alba di luglio suonano alla porta in Croce. Apro, c’è un tipo piuttosto male in arnese che dichiara: - di essere un malato di mente - di essere scappato dall’ospedale psichiatrico di Como per vedere il mare - di aver rubato allo scopo un motorino - di voler essere riportato a “casa” Io non sapevo cosa fare; chiamo il medico di guardia e il mio collega: il tipo viene visitato e, accertato il buono stato di salute, messo garbatamente alla porta (tra l’altro faceva freschetto). Io, allibito (Croce Rossa questa?!), prendo una delle mie famose iniziative personali. Faccio rientrare il tipo, telefono all’ospedale psichiatrico di Cogoleto (pensavo di aver frainteso la località): non ne sanno niente. Trovo il numero di quello di Como: chiamo. “Vi risulta scomparso Taldeitali?” “Sì, son già due giorni che lo cerchiamo, stavamo per avvisare i Carabinieri (con comodo, nda)” “È qua vicino a me, ve lo riportiamo?” “Sì, grazie”. Il Presidente, colto alla sprovvista, dà l’ok. Trovo l’autista, partiamo; e riportiamo il matto a Como… Tanto matto che, comunque, ci indica le scorciatoie per fare prima.

Il trasporto fu poi pagato in grave ritardo dall’ospedale, il che, assieme ad altri casini che feci in quel periodo, portò Mauro a sgridarmi a ripetizione: ne soffrii parecchio perché alla Croce ci tenevo già allora. Mauro parlava di me e scrollava la testa… ma avrebbe preferito scrollare la mia!

Alla fine del 1994 ci viene l’idea di istituire il Gruppo Pionieri, per reclutare un po’ di giovani e regolarizzare chi, come me, faceva un volontariato “sommerso”. I primi esami si tennero il 18 marzo 1995, ed io fui il primo Responsabile del Gruppo di cui ora, dopo alterne vicende, sono Ispettore.

All’inizio eravamo 14, tutti autentiche reclute, con un’età media di 16 anni e mezzo, armati solo di tanta buona volontà. Però organizzavamo già alcune iniziative rilevanti: per due anni abbiamo distribuito i bonsai dell’ANLAIDS, poi le sottoscrizioni a premi per le ambulanze, i campi estivi… Oggi siamo in 25, e l’età media è salita a 21 anni: forse c’è meno entusiasmo, nel senso di voglia di svolgere compiti un po’ ingrati (tipo vendere biglietti delle lotterie davanti ai supermercati), ma in compenso abbiamo naturalmente acquisito varie capacità (primo soccorso, patenti, ecc.) che, come Pionieri, ci hanno reso abbastanza efficienti.

Mi ricordo poi di quando è stato istituito il 118. L’inizio fu nel luglio del 1996, con uno scarno comunicato dell’A.S.L. che ci informava che, entro la fine del mese, il coordinamento delle emergenze sanitarie sarebbe stato assunto dal 118. Così, senza una riunione tra le varie croci e i vertici aziendali (non per contestare, ma per mettersi d’accordo su tutto), si andò a modificare un sistema che, pur con i suoi limiti, funzionava da un secolo.

Le conseguenze dell’iniziale assenza di dialogo non tardarono a farsi sentire: da parte delle croci c’erano un po’ di gelosia e diffidenza, mentre nel 118 (allora limitato a mero centralino) evidentemente qualcuno cominciò quest’avventura “all’americana”, confondendo il coordinamento col comando e dimenticando di aver a che fare con volontari ed associazioni di decennale esperienza.

Sta di fatto che, se non sbaglio, ai primi di agosto, una donna fu investita nel centro di Gattorna: ovviamente ci vennero a chiamare in sede. Partimmo subito, effettuammo il trasporto all’ospedale, ma il servizio non ci fu mai rimborsato dall’A.S.L. in quanto “non era stato autorizzato dal 118” (notare che, fino ad un mese prima, si chiamava la Croce Rossa, non il 118). Protestammo, ma non ci fu niente da fare: fu il primo segnale che il rapporto con il 118 sarebbe stato un po’ “tormentato”. Col tempo, comunque, tutti si misero nell’ordine di idee di passare tramite il 118.

Poi però nacque il problema dell’ospedale di destinazione, che ancora oggi si ripresenta. Prima, si poteva scegliere in quale ospedale farsi ricoverare (e Gattorna è quasi a metà strada tra Lavagna e Genova), dopo questo non fu più possibile, in quanto ora è il 118 a decidere dove e come effettuare il trasporto. Ciò spesso è motivo di contrasti maiuscoli tra paziente, familiari e 118 (noi ci andiamo solo di mezzo) poiché chi sceglie il San Martino, per dire, può avere mille buoni motivi: chi ha tutti i parenti a Genova, chi al San Martino è già in terapia, eccetera. Da Gattorna a Lavagna sono 24 Km, da Gattorna al San Martino 30, ma tant’è – salvo casi eccezionali – non c’è nulla da fare: chi vuole andare a Genova si paga il viaggio (60 euro circa).

Un’ altra volta mi è capitato di soccorrere una donna con un’evidente frattura cranica, la quale quindi aveva bisogno di un buon reparto di neurochirurgia (cosa che ho fatto presente): siamo andati incontro all’automedica fino a Calvari, quindi abbiamo proseguito per il San Martino passando da Lavagna (senza nemmeno fare tappa in ospedale, il che sarebbe stato inutile), visto che ormai avremmo fatto prima di lì. Comunque, 65 km contro 30…

Al di là di questi contrasti, resta il fatto che il 118 rappresenta comunque un grosso passo avanti nella qualità del soccorso sanitario, basti pensare per esempio all’automedica che ci viene incontro nei casi più gravi (pur con le limitazioni di cui parliamo in altre parti della presente pubblicazione,ndr) ma, a mio parere, dovrebbe anche tener conto della particolarità di certe situazioni – come la nostra posizione a metà strada tra Lavagna e Genova – nel dare risposte alle richieste d’aiuto.

Ora voglio raccontare la mia peggiore esperienza in nove anni di attività in Croce Rossa. Non lo faccio a cuor leggero, ma non posso certo ometterla.

Una sera dell’agosto 1995 chiamano in sede: c’è un incidente stradale a Terrarossa. Vabbé, andiamo (io avevo 18 anni e il 118 era ancora di là da venire). In un attimo siamo lì: c’è un ragazzo steso su un fianco, in posizione fetale, contro il muraglione delle Caldane; ci dicono che ha fatto un frontale in motorino contro una macchina. Tiriamo giù la barella, lo prendiamo, lo mettiamo supino (tavola spinale? collare? cos’erano?). Ma… è proprio lui? Porca miseria, penso, è mio cugino Daniele! Tutti i presenti erano rimasti imbambolati… Partiamo a bomba: lui era incosciente, rantolava, e ad ogni curva gli usciva un fiotto di sangue dal naso e dalla bocca. Io, ovviamente, ero al suo fianco, ma da solo. È morto quella sera stessa, o forse lo era già all’arrivo in ospedale, ora non saprei neanche più dirlo. Una tragedia, di fronte alla quale io ero stato del tutto impotente.

Poi, qualche anno dopo, m’è capitata una scena simile, un ragazzo investito a Ferrada: un déja-vu micidiale, una maschera di sangue. Intervenne pure il medico di guardia, che non lo toccò neanche, e io in qualche modo sapevo già che quel ragazzo sarebbe morto, come infatti fu.

Anche per questo io raccomando a chi vuole fare l’emergenza di prepararsi bene: nel momento della verità l’incertezza, al di là delle conseguenze più immediate, può causare brutti rimorsi di coscienza e portare a scoraggiarsi in futuro.

Ma in prevalenza i miei ricordi riguardano gustose gags. Ne racconto alcune, realmente accadute.

Un giorno dobbiamo caricare un vecchietto a Roccatagliata. La figlia non si raccomanda altro: “Attenti, che ha due femori”. Il mio collega, ingenuo, mi fa notare: “E allora? Anch’io ne ho due”. Novellino, non poteva immaginare che intendeva dire: “Attenti, che ha due protesi alle anche”. Bisogna adeguarsi al linguaggio popolare, ma soprattutto imparare bene il genovese: uno può anche essere un medico, ma se va nei paesetti e non sa il dialetto, ispirerà ben poca fiducia (e nei casi più estremi gli occorrerà un buon interprete, già successo pure questo).

Questa me l’hanno raccontata, e mi rammarico di non esserci stato. Bisognava scendere in una scarpata per soccorrere un uomo che, se ricordo bene, s’era rotto una gamba. Mandano anche il medico di guardia, che però era… poco agile, e un po’ asmatico; così i miei colleghi lo accomodano sulla sedia da trasporto, e lo “camallano" fino al ferito. Questi, vistosi arrivare in soccorso… un papa in crisi d’aria, ha dubitato seriamente della sua sorte…

Anche questa è di seconda mano, ma sarebbe un vero peccato se cadesse nell’oblio. La Guardia Medica viene mandata su un paziente che aveva dei bruciori… in regione pubica. Costui l’accoglie in piedi col… pipino pucciato in un cartone da latte. “Cos’è che fa lei, così?” fa la dottoressa ed il paziente: “Mi bruciava, così l’ho messo nell’acqua e menta”. E tu digli qualcosa!

Interveniamo su un incidente di una certa entità, a Ferrada. Un paziente è incastrato in una macchina, la quale è attaccata ad un platano. In attesa dei Vigili del Fuoco, decidiamo di spostare il veicolo di un paio di metri per poter lavorare meglio, tanto più che c’era mezzo paese ad aiutarci. Appena annuncio il mio progetto, un giovane carabiniere di leva mi dice concitato: “No, non spostatela, dobbiamo prendere le misure!”. Io: “Ma quali misure, c’è uno dentro, siamo matti?” “Va bene, allora poi rimettetela com’era (sic!)”. “Sì, senz’altro” (promettere non costa nulla).

In occasione di un altro incidente (un uomo investito e seriamente ferito) le forze dell’ordine ci pregarono di avvisare noi la moglie: “Altrimenti, se chiamiamo noi, si spaventa”. Secondo loro, sentendosi dire per telefono “È’ la Croce Rossa… suo marito ha avuto un incidente”, la signora avrebbe tirato un sospiro di sollievo… questione di punti di vista.

Un giorno tre dei nostri intervennero per una persona carbonizzata (non scendo in particolari per rispetto): ovviamente non c’era nulla da fare. In questi casi, o si resta impressionati assai, o si cerca di sdrammatizzare, con discrezione: non ci sono alternative. Un mio collega se ne uscì così, nel suo genovese: “Questo non possiamo caricarlo, sennò ci piglia fuoco la croce”. Chi muore giace, chi vive si dà pace…

Ma i fatti “notevoli” avvengono anche durante il tran-tran in sede, quando si sta “di picchetto”. Un obiettore di coscienza aveva litigato con i suoi compagni di servizio e giorni dopo, per ripicca, aveva fatto i suoi bisogni nella doccia quando era il loro turno di pulizia. Fin qui non vi sarebbe niente di veramente speciale, senonché un’osservazione più attenta del… prodotto rivelò l’impronta d’una scarpa: impronta che corrispondeva proprio ad una scarpa del vendicativo obiettore, nascosta sotto il letto ancora sporca. Un vero genio! Le stesse menti, poi, intervenivano sulle urgenze, ma per fortuna si è sempre riusciti a limitarne i danni.

A partire dal 1997 ho cominciato a partecipare agli interventi in occasione di calamità naturali. L’esordio fu col terremoto che colpì Marche ed Umbria il 26 settembre 1997. Inizialmente partimmo io e Paolo Boccardo, col Defender inaugurato pochi mesi prima; stemmo giù per una settimana, verso la fine di novembre e fu un’esperienza gratificante. Ogni giorno si svolgeva un incarico diverso, ma sempre in “prima linea”: il primo giorno andai a Nocera Umbra a preparare i pasti per gli sfollati (200 a pranzo, 200 a cena); poi mi toccò la guardia notturna al magazzino, e il terzo giorno mi mandarono nelle frazioncine di Visso (MC) a consegnare il mobilio prefabbricato per i “container”.

Mi colpì in particolare un fatto: all’ora di pranzo, con un cielo basso e 5 gradi di temperatura, ero con un collega ad un bivio di montagna, aspettando che arrivasse un altro camion di mobili; quand’ecco, compare una Panda delle Infermiere Volontarie: “Siete voi Schenone e… (mi sfugge il nome del collega, nda) ? Vi abbiamo portato il pranzo”. Ma tu guarda: isolati, senza cellulare, qualcuno da lassù ci guardava! Pasta al forno e scaloppina in vaschetta di stagnola, troppa grazia! I miei ultimi tre giorni d’Umbria li passai a Borgo Cerreto per fare il servizio d’ambulanza: i giorni più rilassanti, tutto sommato, con un’altra gustosa “chicca”.

Tra i vari container d’aiuti ce n’era uno pieno zeppo di “cicchetti”, quei bottiglini di liquore microscopici ma micidiali. Bene, una sera l’autista di turno, tra un discorso e l’altro, si carica di cicchetti fino a perdere ogni parvenza umana. Alle 6 lo sveglio, perché bisogna portare una dializzata a Spoleto: e lui mi dà forfait Sveglio l’altro autista, il quale molto contento mi dice: “Va bene, vai a prenderla intanto che mi vesto” “…? a parte che la signora è barellata, io non ho la patente per l’ambulanza…” “Senti, siamo in emergenza, no? Sai guidare? Tanto abita al pianterreno: vai e caricatela, io ti aspetto al bivio”. Così ho fatto il mio primo mezzo-servizio alla guida!

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