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6 RICORDI DI UN MILITE PIONIERE di Pino Cuneo (*)

I miei ricordi si riferiscono al decennio 1950-1960.

Non ho una memoria storica precisa e cronologica pertanto i fatti raccontati devono essere considerati “flash” sparsi rimasti nella mia mente così come li ho visti, vissuti ed interpretati nel contesto di quei tempi. La guerra era finita da pochi anni ma era ancora presente nella quotidianità.

La civiltà contadina si stava sgretolando sotto l’impulso di chi partiva in cerca di una vita migliore in città o all'estero. I piccoli paesi si svuotavano e restavano a custodirli soltanto gli anziani ed i vecchi. Le vie di comunicazione erano limitate e precarie. Tante frazioni non erano raggiungibili da strada carrozzabile ma da mulattiera o sentiero. In caso di malattie, le persone preferivano curarsi in casa e raro era il ricorso ospedaliero. Si andava all’ospedale soltanto nei casi estremi e sovente, purtroppo, troppo tardi.

Per raggiungere i nosocomi, nei casi più urgenti, si utilizzavano auto private oppure i taxi di Dario, Serafin e Lorenzo. Raramente si ricorreva alla CRI di Uscio. Quando questa non era disponibile si chiamava un mezzo da Chiavari o da Bargagli, via Boasi, con tempi ovviamente lunghi. Fortunatamente gli incidenti stradali erano rari, a causa della scarsa intensità del traffico sulla strada della Fontanabuona che era la via più breve per la Lombardia. Il traffico era prevalentemente notturno e di mezzi pesanti.

La necessità di una maggiore e migliore assistenza nel trasporto dei malati agli ospedali cresceva per l’aumento della popolazione anziana e per l’isolamento in cui si trovavano molte persone nei paesi o nelle frazioni limitrofe.

La civiltà contadina era fondata sul lavoro, sacrificio, onestà e religiosità. Nei secoli si erano consolidate le tradizioni, il modo di vivere e i rapporti tra le persone e tra i paesi vicini. La vita era povera e tutto acquistava valore e significato. Nulla andava perduto, tutto poteva essere utile al corpo e all’anima.

Quando il lavoro era finito e concedeva respiro, gli uomini tornavano a meditare sui loro sentimenti, speranze, paure riferiti alla vita di ogni giorno e anche agli avvenimenti importanti e attesi come matrimoni, nascite, morti, feste religiose e paesane. Dalla meditazione scaturivano i progetti e le opere future.Tra i sentimenti era molto diffusa la solidarietà. Essa era sentita e vissuta in modo spontaneo e quindi non era condizionata da interessi personali, economici e politici.

In caso di malattia era un obbligo sincero fare visita all’interessato ed aiutarlo nelle sue necessità anche se quella persona non rientrava nel giro delle amicizie o delle simpatie perché magari, qualche giorno prima, c’erano state con lei discussioni per un ciuffo d’erba al limite del confine. Si trattava di un rispetto dovuto in quanto essere umano.

Essendo la civiltà contadina permeata da questi sentimenti umani presentava buone e solide basi per iniziare un’opera di volontariato e solidarietà come quella della Croce Rossa Italiana. L’acquisto di un’autolettiga era difficilmente realizzabile in quanto manca-vano soldi ed era molto faticoso guadagnarli. L’intervento di “Frenchi” fu decisivo. Egli, postino e milite dell’Assistenza a Genova, trovò la strada per far nascere il sodalizio ambito da tutta la popolazione. La pubblica assistenza di Uscio aveva deciso di rinnovare i mezzi di trasporto dell’anteguerra e si rendeva così disponibile “la Carolina”, occasione per iniziare a Gattorna l’attività di assistenza. La Carolina arrivò in paese. Venne trovato un locale per parcheggiarla (fabbricato antistante l’attuale bar Giorgio) e si diede inizio al lavoro di trasporto dei malati.

La “Carolina” con i militi (da sinistra) Luigi “Gigin” Boitano, Mimmo Cefeo, Mario Basso, Giannino Basso, ed il Presidente del Sottocomitato Vittorio Nestori.

Non ricordo la prima persona assistita. Le richieste venivano fatte telefonicamente o verbalmente a Marietto il quale si precipitava, tutto trafelato, verso il centro di Gattorna e chiedeva ai patentati che incontrava se erano disponibili per un servizio urgente. Normalmente tutti erano disponibili, interrompevano il loro lavoro o il gioco all'osteria e partivano immediatamente. I trasporti erano nella maggior parte dei casi molto faticosi perché bisognava raggiungere anche località come Feia, Sciarè, Forcassino, Roccatagliata, Bassi di Neirone, Case Sparse di Favale, Verzi non servite da strade carrozzabili ma da sentieri e mulattiere anche scoscesi, molto faticosi da percorrere a piedi, prima con la barella vuota e poi con il carico del malato.

Ritenni una vera impresa il trasporto dalla casa all’autolettiga di una signora molto pesante a Favale di Malvaro. La casa era situata in cima ad una scalinata ripida, stretta e molto lunga. Si dovette legare la paziente alla barella con corde (attrezzatura disponibile al momento) per non farla scivolare via e cadere.

Si attraversò una passerella di legno traballante sul fiume, molto stretta che non consentiva il trasporto a quattro. La persona che procedeva dietro non vedeva neppure dove metteva i piedi. Si correva il rischio di precipitare tutti, malata e militi, nell’acqua.

Oltre alle difficoltà ambientali si incontravano anche difficoltà di ordine psicologico. Alcune persone non desideravano salire sull’autolettiga perché ritenuta mezzo estremo, senza ritorno. Taluni chiedevano di spegnere la sirena che, tra l’altro, aveva un suono strano quasi ridicolo. Capitava anche che l’anziana Carolina non volesse partire quasi ad accusare la sua vecchiaia ed il desiderio di starsene tranquilla. Si ricorreva allora a Piero il meccanico che la rimetteva in moto. Si partiva con la speranza che il mezzo non si fermasse nuovamente e si riuscisse a completare il servizio. Ricordo il trasporto di una signora anziana, accompagnata dalla figlia, da Ognio a Genova San Martino. Andò tutto bene sino al sottopasso di Corso Sardegna presso la stazione ferroviaria di Brignole. Qui la Carolina si fermò e non volle ripartire. Il traffico locale fu ovviamente bloccato. Noi militi scendemmo a spingere. Un aiuto venne anche da qualche passante pietoso che diede una mano per fare uscire l’autolettiga dal sottopasso.

Preoccupati, stavamo considerando il da farsi, non certo confortati dal pianto disperato della figlia della paziente, quando, quasi miracolosamente, passò un’autolettiga vuota diretta a San Martino. Agitammo le braccia, il mezzo si fermò, facemmo il trasbordo della malata che poté raggiungere l’ospedale. Nelle vicinanze trovammo un meccanico che rimorchiò la Carolina nella sua autorimessa. Non essendo disponibile il pezzo di ricambio necessario, la riparazione andò per le lunghe e il nostro ritorno a Gattorna avvenne a notte tarda.

L’accessorio più importante della nostra Carolina era la padella . Una volta, al ritorno da un servizio a Genova, percorrevamo la strada allora molto tortuosa e stretta per Bargagli. Eravamo dietro l’autocorriera di linea che procedeva lentamente e dal cui finestrino posteriore ci guardavano incuriosite due ragazze. Alla guida dell’autolettiga c’era Grillo. Qualcuno, scherzosamente, prese la padella e la teneva sospesa sul capo dell’ignaro Grillo che, vedendo le ragazze sorridere, pensava fossero interessate a lui. Ricambiava quindi larghi sorrisi.

Fu per lui una doccia fredda accorgersi dello stupido ed innocuo scherzo in corso.

L’arrivo ai nosocomi di Genova e Chiavari della Carolina destava curiosità ed attenzione. Ci consideravano campagnoli provenienti da “bricchi” lontani. Tuttavia era sempre riservato il dovuto rispetto per il nostro operato. Notavamo nei pazienti un certo timore nel salire sulla Carolina, come se fosse un mezzo del “non ritorno”. In particolare ricordo un intervento a Monleone per un incidente stradale. Un impresario edile di Borzonasca era caduto con la sua motocicletta sull’asfalto, forse perché un po’ brillo. Quando arrivammo per prestare soccorso non voleva essere toccato, non voleva salire sull’autoambulanza, la sua resistenza era estrema. Cercammo un medico che curò le sue ferite non molto gravi. Ci fu una vivace discussione poi portammo a casa il ferito perché di ospedale proprio non ne voleva sapere. Quando fu guarito, quell’uomo venne a ringraziarci e a scusarsi per le sue eccessive reazioni negative avute nei nostri confronti e, in segno di riconoscimento, lasciò una grossa offerta alla Croce Rossa.

Alberto racconta che un giorno ritornava da Genova con la Carolina in compagnia di Nando e Banfin. Quest’ultimo, non patentato, desiderava guidare il mezzo ma non trovò il consenso dei due compagni. Si sdraiò allora sulla lettiga. Arrivati in prossimità di Traso, Alberto dovette frenare bruscamente perché si trovò improvvisamente davanti la corriera.

La frenata causò l’apertura della portiera posteriore e la barella non bene fissata uscì dalla Carolina con sopra Banfin. Fortunatamente il fatto non ebbe brutte conseguenze.

I viaggiatori dell’autocorriera scesero, presero atto che non era successo nulla di grave, risalirono sul mezzo e ripartirono. Molte sono state le situazioni tragicomiche in cui la Carolina si è trovata ma il servizio veniva sempre fatto seriamente e ritenuto utile ed indispensabile da tutti.

Con il tempo l’organizzazione migliorò. Le persone si resero disponibili a turni; non ci fu più la necessità di cercare al momento i volontari nei bar col rischio di ritardi nel servizio. Alcune persone si dedicavano totalmente alla causa rendendosi sempre disponibili: parlo di Gigin-Marietto-Maria la cui dedizione al sodalizio fu encomiabile. Esistono parecchie fotografie che provano l’appartenenza alla Croce Rossa Italiana di Gattorna di molte altre persone che sfuggono alla mia memoria.

Con lo scorrere del tempo la popolazione prese più confidenza con il mezzo. Le diffidenze diminuirono e le richieste diventarono più numerose ed esigenti. La Carolina non bastava più. C’era la necessità di un nuovo mezzo e di una nuova sede con locali per ambulatori e sala riunione. Il problema era di ordine economico. Le offerte raccolte in paese e quelle più sostanziose di alcune persone generose (es. Corsiglia) non bastavano.

In quel periodo lo Stato finanziava dei “cantieri di lavoro” per realizzare opere di pubblica utilità. A Gattorna c’erano due progetti di questo tipo: l’asilo infantile e la sede della Croce Rossa Italiana. Il parroco Don Canessa si adoperava per l’asilo infantile, lo zio Vittorio per la sede della C.R.I. di cui era presidente. Il terreno per la costruzione della sede C.R.I. era stato reperito: in parte “donato” da Schiappacasse, in parte acquistato. Si pensò che la richiesta a Roma del finanziamento “cantieri di lavoro” non doveva passare tramite il Comune perché, a causa delle rivalità e del campanilismo esistenti fra le varie frazioni, ci sarebbero stati intralci e lungaggini.

Lo zio Vittorio pensò di approfittare dell’amicizia del locale parlamentare di turno che chiedeva ed otteneva voti in Fontanabuona promettendo mare e monti (direi mare perché i monti già c’erano). Si recò a Roma presso il Ministero dei Lavori Pubblici a battere cassa in compagnia di Don Canessa che aveva lo stesso problema per l’asilo infantile. Fu fissato l’appuntamento con l’onorevole.

Zio Vittorio e Don Canessa la sera, in albergo, decisero di alzarsi e partire insieme molto presto la mattina seguente e si salutarono per la notte.

L’indomani Don Canessa attese invano Zio Vittorio nella hall dell’albergo poiché lo stesso si era alzato ed era partito molto prima. Nello stesso modo ci si comportava quando si andava per funghi; chi partiva per primo raccoglieva i migliori. L’abbondanza era favorevole al più mattiniero. Entrambi zio Vittorio e Don Canessa ottennero i ” finanziamenti per i cantieri”. Il parroco raccontava sovente questo fatto scherzandoci sopra.

Ottenuto il finanziamento, si passò al progetto le cui dimensioni erano limitate dall’ampiezza del terreno di cui si disponeva, dalla linea elettrica sovrastante e dalla breve distanza dalla strada carrabile. Autorimessa, segreteria, sala riunioni, ambulatori erano ambienti ritenuti indispensabili. Tante furono le richieste e le soluzioni prospettate.

“ U meghetto” desiderava un piccolo studio per la sua ONMI. Il Dottor Diego uno studio dentistico. Un ambiente era indispensabile per le prime cure di soccorso. Altri locali potevano rendersi utili per il futuro. Il box doveva contenere un’autolettiga prevista per l’immediato (in sostituzione di Carolina) ed un secondo mezzo previsto più avanti. L’autorimessa a livello strada sembrava più pratica e veloce ma gli ambulatori sotto il piano strada non erano graditi ai medici. Si pensò anche di fare la sala riunioni sotto il livello strada, l’autorimessa al piano strada, gli ambulatori al primo piano. Qualcuno obiettò che le persone anziane avrebbero avuto difficoltà a salire al piano superiore. Alla fine si optò per la soluzione attuale: box interrati, ambulatori piano terra, sala riunioni primo piano. Il sottoscritto stese il progetto definitivo e i lavori di costruzione iniziarono.

L’opera fu realizzata con grande soddisfazione nei tempi previsti. Mancavano le insegne esterne C.R.I.. Luciano fornì un vecchio cartello metallico ovale con la pubblicità di un caffè che reperì tra le cose vecchie del Bar Centrale. Il cartello fu ripulito, riverniciato e diventò l’insegna della Croce Rossa Italiana - Sottocomitato di Gattorna. Ricordo di avere impiegato due giorni per questo lavoro.

Fu installata anche un’insegna luminosa davanti al fabbricato che potesse indicare la presenza notturna di personale in servizio.

Si organizzarono riunioni periodiche, gli orari di ambulatorio, i turni diurni e notturni.

Arrivò la nuova autoambulanza, poi una seconda. Il servizio divenne sempre più organizzato ed efficiente. A questo punto i ricordi del mio vissuto finiscono perché fui costretto dagli eventi della vita ad allontanarmi da Gattorna e quindi a seguire parzialmente e soltanto dall’esterno, come spettatore, la vita della nostra Croce Rossa.

Ritengo che quella esperienza di volontariato abbia influito positivamente sul mio carattere e sul modo di rapportarmi con gli altri ed abbia fatto crescere il senso di umiltà necessario per affrontare le insidie della vita. Il contatto con la sofferenza e talvolta con la povertà, lo spirito di solidarietà tra gli amici con cui si facevano i servizi, la riconoscenza palese nel volto di chi aveva ottenuto l’aiuto davano alla realtà della vita un significato umano di grande valore.

Anche l’individualismo egoistico veniva frenato.

Sulla base di questa mia esperienza oggi ho grande ammirazione e apprezzamento per chi si occupa “disinteressatamente” di volontariato.

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