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VOLONTARI NON SI NASCE
di Mauro Pifffero
Ho preso la decisione di fare il volontario all’età di 10 anni. Era il 14 marzo 1954 e si teneva la cerimonia della consegna al P.S. di Gattorna della vecchia FIAT M520, in quell’occasione battezzata “Carolina”.
La vettura aveva già allora oltre vent’anni di vita, ed infatti il Sottocomitato C.R.I. di Uscio aveva comunque deciso di disfarsene, ma per noi ragazzi aveva un grandissimo fascino.
Neanche allora, a 5 anni, era possibile fare volontariato e salire sull’ambulanza; tuttavia a tutti era permesso collaborare ed i compiti assegnati ai bambini della nostra età, pur evidentemente modesti, erano assai stimolanti.
A noi spettava occuparci dell’ambulanza ad ogni rientro in sede: tenerla pulita; sostituire le lenzuola portando quelle usate nel portone della “Rusin do Cantonè”, che era la volontaria addetta alla lavanderia; fare pulizia nel garage; controllare il livello dell’acqua nel radiatore e tutte quelle altre mansioni che ci erano consentite dai volontari adulti e ci rendevano partecipi del funzionamento del Pronto Soccorso.
Il mio primo impatto con “Carolina” non fu certamente idilliaco.
Era la prima volta che mi si chiedeva di controllare il livello dell’acqua nel radiatore ed io, anziché svitare il tappo fino al primo scatto ed attendere la fuoriuscita del vapore acqueo surriscaldato, lo svitai completamente.
Fui fortunato, e solo per un caso non ci misi sopra la faccia: la pressione fece volare tappo e acqua bollente che passarono a quattro dita dal mio naso, ma senza ustionarmi.
Un’altra volta, cercando di metterla in moto, feci ruotare la maniglia di avviamento ma senza completare la rotazione, cosicché per il rinculo ricevetti un colpo sulla caviglia, talmente doloroso che, ripensandoci, ancora oggi sento male.
Tornato a casa, dovetti dire ai miei genitori che mi ero fatto male: mentii spudoratamente, “Giocando al pallone” dissi, per evitare altri dolori.
La voglia di fare volontariato, però, aumentava ostinatamente e non vedevo l’ora di compiere 18 anni, prendere la patente e domare la “Carolina”.
Ma questo non successe mai. Quando finalmente, nel 1961, ottenni il permesso di guida, la “Carolina” non c’era più: era stata ormai avviata alla meritata pensione per limiti d’età e al suo posto si disponeva di una fiammante FIAT 1100 modello 103 rialzato.
Ebbi comunque modo di realizzare la mia più grande aspirazione, quella di guidare un’ambulanza. Il resto è storia recente.
Ma non sono state tutte rose e fiori.
Non posso dimenticare “la prima sconfitta”: 9 settembre 1965, un pomerig- gio di sole.
Stavo aiutando mio nonno Serafin nel negozio di biciclette, quando qualcuno uscì di corsa dal Bar Centrale gridando che a Moconesi Alto era successo un grave incidente, un’esplosione in cava con almeno tre feriti.
Montai subito sull’unica ambulanza allora in dotazione, la FIAT 1100T provvista di due barelle sovrapposte, seguito dalle prime due persone che capitarono e partimmo: davanti al negozio della Flora incontrammo Paolo Siria e caricammo anche lui, ripartendo quindi a tavoletta, sfruttando tutta la potenza che il motore poteva dare.
Pur preparati al peggio, la scena che ci si presentò ci lasciò inorriditi: Pino ed Elio Musante, di anni 22 e 35, mentre caricavano una mina per spaccare un blocco di ardesia, forse a causa di una scintilla, erano stati investiti dall’esplosione della polvere da sparo e da pezzi di ardesia; giacevano a terra con i corpi anneriti,mentre il loro padre era poco più lontano, anch’egli ferito.
Non riesco a ricordare in che modo li raccogliemmo né chi ci abbia aiutato a farlo, però ricordo perfettamente che Pino fu messo sulla barella superiore, Elio sull’altra, il padre sulla panca solitamente destinata ai militi, due dei quali rimasero in piedi a tenere fermi tutti quanti. Io ero alla guida.
Il viaggio fu allucinante. A parte il tempo impiegato (allora occorrevano circa due ore per raggiungere l’Ospedale S. Martino di Genova), purtroppo in prossimità di Pian-dei-Preti sentii urla da dietro e, fermato il mezzo ed aperta la porta laterale, vidi spirare Pino, mio coetaneo, nato un giorno prima. Pur nello sconforto che mi assalì, riasalii in cabina e ripresi il viaggio concentrandomi tutto nella guida: c’erano ancora due persone bisognose di aiuto.
Giunti al Pronto Soccorso, alcuni infermieri, probabilmente avvisati telefo- unicamente, ci stavano aspettando e si presero subito cura dei due feriti.
Ci fermammo in attesa di notizie. Dopo circa un quarto d’ora, un infermiere uscì dalla saletta scotendo la testa: neanche Elio ce l’aveva fatta. Il padre invece si salvò, forse perché si trovava più lontano dall’esplosione, e dopo una ventina di giorni fu dimesso.
Questa fu dunque la mia prima sconfitta in Croce Rossa, resa più grave dal fatto che nonostante la buona volontà non riuscii a far niente che potesse salvare i due giovani, quantomeno a lenirne le sofferenze, perché avevamo una sola ambulanza, senza un minimo di attrezzature salvavita, cose impensabili all’epoca.
Ricordo che quella sera, sceso dalla macchina e tornato al negozio di bici, fui preso da un forte tremore che durò alcuni interminabili minuti, dopodiché cominciai a singhiozzare, consolato da nonno Serafin.
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